La lezione libica
Accendiamo un cero al clima. Almeno per il momento, i disordini in Libia non avranno grandi impatti sulla nostra sicurezza energetica proprio perché la domanda di metano è bassa, grazie appunto ai primi tepori primaverili e a una produzione industriale che non decolla.

Accendiamo un cero al clima. Almeno per il momento, i disordini in Libia non avranno grandi impatti sulla nostra sicurezza energetica proprio perché la domanda di metano è bassa, grazie appunto ai primi tepori primaverili e a una produzione industriale che non decolla. Altrimenti la chiusura del gasdotto Greenstream – annunciata dall’Eni per mettere il tubo in sicurezza – avrebbe ben altri effetti: da lì transita il 13,2 per cento delle nostre importazioni. Per confronto, basta tornare con la memoria ai giorni convulsi della crisi russo-ucraina del 2006, quando un calo di pressione molto più modesto costrinse il governo a correre ai ripari, intaccando le scorte strategiche e usando il più inquinante olio combustibile nelle centrali a gas.
Oltre a tirare un sospiro di sollievo, dovremmo anche interrogarci seriamente sulla tenuta del nostro sistema energetico. Per rafforzarlo, bisogna seguire l’esempio dei nostri vicini: il nucleare è la loro polizza di assicurazione contro le instabilità geopolitiche. A differenza del gas, l’uranio è abbondante sulla superficie terrestre e non è concentrato in pochi paesi inaffidabili. Basti dire che i due maggiori produttori sono il Canada e l’Australia. Dal governo ci aspettiamo dunque una rinnovata enfasi sul ritorno all’atomo. All’opposizione chiediamo senso di responsabilità, cioè rinunciare a un’avversione pregiudiziale e infondata. Per quel che riguarda gli italiani, siamo sicuri che la crisi libica li abbia vaccinati contro i rischi del prossimo appuntamento referendario. L’errore l’abbiamo già fatto una volta, nel 1987: speriamo che il collasso di Tripoli ci aiuti a evitare di ripeterlo.
Oltre a tirare un sospiro di sollievo, dovremmo anche interrogarci seriamente sulla tenuta del nostro sistema energetico. Per rafforzarlo, bisogna seguire l’esempio dei nostri vicini: il nucleare è la loro polizza di assicurazione contro le instabilità geopolitiche. A differenza del gas, l’uranio è abbondante sulla superficie terrestre e non è concentrato in pochi paesi inaffidabili. Basti dire che i due maggiori produttori sono il Canada e l’Australia. Dal governo ci aspettiamo dunque una rinnovata enfasi sul ritorno all’atomo. All’opposizione chiediamo senso di responsabilità, cioè rinunciare a un’avversione pregiudiziale e infondata. Per quel che riguarda gli italiani, siamo sicuri che la crisi libica li abbia vaccinati contro i rischi del prossimo appuntamento referendario. L’errore l’abbiamo già fatto una volta, nel 1987: speriamo che il collasso di Tripoli ci aiuti a evitare di ripeterlo.